Monday, 31 August 2015

Tra i mille motivi più che validi per decidere di visitare Berlino ci sono anche le sue librerie. Passeggiando per il Mitte, Kreuzberg o Charlottenburg ci si imbatte continuamente in piccole o grandi vetrine ricolme di infiniti oggetti del desiderio: tra nuove edizioni e volumi antichi, insomma, c’è davvero da perdersi. Qualche giorno fa io e Valentina, writer del blog libresco Peek-a-booK! ci siamo date appuntamento per un’esplorazione di alcune delle librerie della città e ora, cari lettori, ecco a voi il risultato della nostra spedizione.... 
La nostra passeggiata è iniziata dal quartiere di Charlottenburg, e più precisamente in Fasanenstrasse, dove si trova la celebre Literaturhaus della città. La libreria annessa, la Koolhaas & Company, è una piccola caverna dei tesori, ai quali si accede, una stanzetta dopo l’altra, facendosi strada tra scaffali e ripiani sparsi per ogni dove. Lì, un certo simpatico destino ha voluto che mi saltasse agli occhi un’edizione tedesca di Mogli e figlie... (che coincidenza) 


Lasciata la Literaturhaus, Valentina e io abbiamo preso la direzione di un altro quartiere molto ben fornito, il celebre Prenzlauer Berg. La prima libreria che abbiamo visitato è stata la Shakespeare & Sons, uno splendido angolo di quiete letteralmente stipato di volumi. È stato difficile non svuotare il portafogli in questo angolo di paradiso, ma ci siamo riuscite.... 


Abbiamo poi proseguito verso la Georg Büchner Buchladung, uno spazio più luminoso e regolato, ed estremamente ben fornito, uno dei cui scaffali era zeppo di edizioni tedesche di opere italiane: Dacia Maraini, Umberto Eco, Elsa Morante, e numerosi altri. 


Infine, per concludere il nostro percorso, non poteva mancare una tappa in una delle mie librerie berlinesi preferite, la St. George’s English Bookshop, un ambiente dall’aspetto bohémien, con poltrone e divani che recano traccia del passaggio dei lettori, e soprattutto libri sparsi ovunque, nuovissimi o segnati dal tempo, a prezzi davvero convenienti. Approfittando della straordinaria occasione, io e Valentina abbiamo acquistato entrambe un’edizione di lusso della Folio Society: per me Shakespeare’s Life and World e per lei Excellent Women di Barbara Pym. 


Per festeggiare la buona riuscita della nostra escursione, infine, un brindisi da Anna Blume, famosa a Berlino per il suo spazio book-crossing scavato nei tronchi degli alberi. 

Per approfondire il resoconto di questa indimenticabile passeggiata letteraria berlinese, leggete il post di Peek-a-booK! 
http://www.peekabook.it/2015/08/piccolo-giro-fra-le-librerie-di-berlino.html


Friday, 28 August 2015

Il rinvenimento delle tracce della scienza nelle opere della letteratura è sempre stato per me un tema molto suggestivo. 
Per questo motivo ho trovato interessantissimo questo articolo, a firma di William J. Broad, comparso sul “New York Times” lo scorso 24 agosto. Il pezzo è la recensione di un libro (Tambora: The Eruption that Changed the World di Gillen D’Arcy Wood) che ricerca le conseguenze dell’eruzione vulcanica indonesiana del 1816 nelle più celebri forme artistiche del Romanticismo. 
Quella che segue è una traduzione parziale dell’articolo, che si può leggere in originale qui.

John Constable, Weymouth Bay
Londra, National Gallery
Nell’aprile del 1815, la più devastante esplosione vulcanica citata negli annali scosse il pianeta causando una catastrofe dalle dimensioni così estese che oggi, duecento anni più tardi, gli studiosi stanno ancora tentando di comprenderne le conseguenze. La loro opinione è che questa eruzione abbia contribuito al clima glaciale, alla crisi agricola e a pandemie globali – e persino alla nascita di celebri “mostri” letterari. Nelle lussureggianti isole delle Indie Orientali Olandesi – oggi Indonesia – l’eruzione del Monte Tambora uccise decine di migliaia di persone, che finirono bruciate vive o schiacciate da rocce scagliate in aria dall’esplosione, oppure morirono di fame dopo che le ceneri arsero i raccolti nei campi. Gli studiosi, poi, hanno scoperto che la gigante nube delle minuscole polveri dell’eruzione si propagò sul pianeta fino a fermare i raggi del sole e a causare tre anni di raffreddamento del clima globale. Nel giugno del 1816, una terribile tempesta di neve aggredì l’area settentrionale dello stato di New York; in luglio e in agosto delle crudeli gelate devastarono i raccolti nel New England e Londra fu battuta dalla grandine per tutta l’estate. Molte nazioni subirono ondate di carestia e di malattie, con la conseguenza di un pesante declino economico e di inquietudine sociale: in generale, i raccolti agricoli soffrirono in tutto il pianeta. 
“L’anno senza estate”, come fu definito il 1816 (chiamato anche dagli inglesi eighteen hundred and froze to death, cioè “milleottocento e freddo da morire”, e dai tedeschi “l’anno del mendicante”), diede luogo ai ritratti di tramonti dai colori violenti e di cieli in tempesta che ben conosciamo, e anche a due sottogeneri della narrativa gotica: la sua spaventosa progenie fu rappresentata da Frankestein da una parte e dai vampiri dall’altra – creature che da quel momento in avanti non hanno mai abbandonato la scena artistica e letteraria. 
La velatura globale causata dall’esplosione ebbe l’effetto di riflettere con forza la luce del sole: è da questo fenomeno che derivano le nuvole nere dei dipinti di Constable; ed è grazie alle particelle di pulviscolo sospese nell’atmosfera che J.M.W. Turner poté assistere agli spettacolari tramonti che lo hanno reso immortale. 
J.M.W. Turner, Chichester Canal
Londra, Tate Gallery
Durante l’estate di quel 1816, la Svizzera stava soffrendo acutamente a causa del maltempo e della distruzione dei raccolti, tanto che, come racconta la testimonianza di un prete dell’epoca: “È terribile vedere questi scheletri che camminano divorare con tanta avidità il cibo più repellente”. Fu proprio nel giugno di quell’anno che alcuni illustri turisti inglesi, decisi a fuggire dal clima tempestoso della patria, si rifugiarono in una villa ai margini del lago di Ginevra, flagellato a sua volta dai temporali: e radunandosi intorno al fuoco iniziarono a raccontarsi vicendevolmente delle storie del terrore. Della comitiva facevano parte Mary Shelley, allora diciottenne, Percy Shelley, il suo futuro marito, e Lord Byron. Il Frankenstein della giovane Mary, la storia del vampiro di John William Polidori (The Vampyre) e il poemetto apocalittico di Byron, Darkness, furono concepiti e scritti proprio in quelle orribili notti di tempesta, nel corso di un’estate in cui la natura cambiò la storia dell’umanità.

Tuesday, 25 August 2015

Il giorno di San Giorgio del 1924, a Wembley, Re Giorgio V inaugurò ufficialmente la British Empire Exhibition, una mastodontica esposizione dedicata alla celebrazione delle glorie dell’impero britannico. Vi parteciparono 56 delle 58 colonie allora appartenenti all’impero, ciascuna impegnata a presentare la propria identità culturale e commerciale, e incoraggiata a stringere legami con le altre. L’organizzazione di un evento così epocale richiese un viaggio preparatorio intorno al mondo – al fine di visitare i territori e di invitare i coloni alla partecipazione – che cominciò il 20 gennaio 1922 e durò in tutto 10 mesi. Alle dipendenze del collerico Maggiore Ernest Belcher, primo responsabile del tour, c’era anche Archie Christie, che portò con sé la moglie Agatha. La scrittrice raccontò questa esperienza ai limiti del leggendario nelle lettere spedite alla madre tanto amata, nel diario di viaggio e con decine di fotografie, che costituiscono un vero e proprio tesoro storico e letterario. Nel 2012 Mathew Prichard, nipote di Agatha (figlio della sua unica figlia, Rosalind) e proprietario dei diritti d’autore delle sue opere, ha riscoperto il materiale ordinatamente raccolto in una serie di scatole a Greenway – la residenza della scrittrice nel Devonshire – e lo ha pubblicato in The Grand Tour, che Mondadori ha tradotto con il titolo di Il giro del mondo. Album di lettere e fotografie (trad. it. di Giulia Failla). 
Il libro è davvero appassionante, e per varie ragioni. Prima di tutto si scopre uno stile di scrittura piuttosto differente da quello che caratterizza i grandi gialli di Christie: qui abbondano punti esclamativi, ironia, colori, e la testimonianza non filtrata dell’incanto risvegliato in lei dalle bellezze della natura (delle destinazioni del viaggio – Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Hawaii – nel cuore di Agatha rimasero soprattutto i paesaggi della Nuova Zelanda e la potenza sublime delle Cascate Vittoria). In secondo luogo si conosce la giovane Agatha, una donna frizzante, energica, ansiosa di abbracciare il mondo, che a Honolulu volle imparare a surfare, che giocava a tennis e golf, che sapeva intrattenere una conversazione con chiunque (principi, diplomatici, industriali, allevatori, proprietari terrieri, signore dell’aristocrazia e mogli dei coloni), e che intraprese una crociera attorno al mondo nonostante soffrisse di un mal di mare quasi invalidante. È la Agatha dei primi romanzi (nel 1922 Poirot era “appena nato”), ma è soprattutto la Agatha fiduciosa degli anni precedenti al doloroso divorzio da Archie. 
Agatha Christie con la tavola da surf
Ultimo ma non ultimo aspetto avvincente di questa raccolta è il ritratto del mondo coloniale degli anni Venti, naturalmente visto attraverso gli occhi degli inglesi. È curioso entrare nelle fattorie e nelle fabbriche dei coloni britannici sparsi per il mondo, anche perché la loro esistenza sembra immersa in un’atmosfera distaccata dalla realtà e dalla storia – e per questo tragicamente fragile. La veloce testimonianza delle sommosse a Città del Capo, dove la comitiva di Agatha si ritrova impossibilitata a muoversi a causa dei lavoratori in sciopero a favore dell’apartheid, ci dimostra che il cuore di tenebra dell’imperialismo è lì, presente, anche se nessuno ha l’intenzione e il coraggio di affrontarlo per ciò che è. E quell’Inghilterra fastosa e imbattibile sembra già iniziare ad avere sentore della propria fine.

Monday, 3 August 2015

Due anni fa ho scoperto una scrittrice che solo adesso, grazie a ulteriori letture, imparo a conoscere meglio. E conoscendola meglio posso inserirla senza alcuna remora nell’empireo dei miei preferiti, dei miei “grandi”. È Penelope Lively, al cui romanzo per l’infanzia L’estate in cui tutto cambiò ho già dedicato, con una certa commozione, devo dire, un post dell’agosto del 2013 (http://ipsalegit.blogspot.de/2013/08/l-in-cui-tutto-cambio.html). La scrittrice è nata in Egitto nel 1933 e si è trasferita in Inghilterra a dodici anni; lì ha trascorso il resto della sua vita, e i suoi romanzi e racconti, acclamati dalla critica, si sono guadagnati i premi più prestigiosi della letteratura britannica contemporanea. 
Oggi sono reduce da Amori imprevisti di un rispettabile biografo (According to Mark, trad. it. di Corrado Piazzetta per Guanda), storia bellissima e benedetta da una scrittura di livello eccellente. La trama è semplice: Mark, professione biografo, svolge delle ricerche sullo scrittore degli anni Trenta Gilbert Strong, sulla vita del quale desidera pubblicare un libro. Nel corso dei suoi studi e della permanenza nei luoghi di Strong, Mark incontra Carrie, nipote di quest’ultimo, e per lei perde la testa, nel culmine di una quanto mai malinconica “crisi di mezz’età”. 
Così come in L’estate in cui tutto cambiò, anche in questo libro un plot quasi elementare genera una narrazione di altissimo spessore: di nuovo i fatti si intrecciano saldamente ai pensieri dei personaggi, in una estesa riflessione sul significato del Tempo nella nostra mente e nella nostra vita – tanto che in certi passi sembra addirittura di leggere Henry James o gli altri modernisti. Il tempo come sostanza liquida, amorfa, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente, è infatti il fondamento del mestiere di Mark. Nel suo lavoro l’elasticità e la fondibilità dei piani cronologici sono importantissime: “A volte a Mark sembrava impossibile che il passato storico si fosse estinto, svanito; di sicuro doveva essere semplicemente da qualche altra parte, deviato su un altro piano esistenziale, ancora […] disponibile, se solo lo si potesse raggiungere.” Per questa ragione egli è “colmo di emozione” quando si trova a cospetto del punto di sutura degli strati del tempo: lo studio di Gilbert Strong, la sua scrivania, il suo calamaio. Per questa ragione, poi, il protagonista sembra perdere il senso della realtà nel corso del romanzo, precipitando in stati emotivi a lui sconosciuti e ponendosi enormi interrogativi sul ruolo della memoria, dell’esperienza, della letteratura. 
Sua moglie, Diana, è il personaggio perfetto per accostarsi a lui. Come una sorta di Mrs. Dalloway degli anni Ottanta, Diana abita due livelli di vita: quello concreto, della quotidianità, e quello della sua cognizione, che la trasporta avanti e indietro nello spazio, nel tempo e nelle proprietà della materia. Scrive Lively: “Turbinose sono le acque della mente di Diana, un torrente impressionistico che include riferimenti all’Ungheria (sta preparando un gulasch e cerca di ricordare da dove provenga questo piatto), a sua madre (che deve chiamare), a un vestito azzurro con colletto bianco (che ha visto in vetrina questa settimana e sta pensando di comprare), all’ardesia del Galles (un muratore le ha comunicato il preventivo per la riparazione del tetto) e a Mark.” Inoltre, per Diana, “la speculazione era relegata alle congetture sui possibili risultati diversi suggeriti da linee di condotta alternative” – come se lei si trovasse in Sliding Doors, come se anche nella sua mente il Tempo sfuggisse alla sua normale collocazione, proiettandosi costantemente verso un futuro migliorabile. 
La residenza di Thomas Hardy nel Dorset.
Fonte: thetimes.co.uk
Lively sofferma il suo sguardo attento sul ruolo stesso del biografo, di colui che racconta le vite degli altri, sempre in bilico tra indiscrezione e reverenza, tra fiducia e sospetto: “Mentre eri in culla, o non eri ancora nato, Strong sapeva fin troppo bene che qualcuno avrebbe scritto la sua biografia. Aveva accatastato lettere e diari e manoscritti con la piena consapevolezza a un certo punto un uomo o una donna senza volto li avrebbe studiati […]. Fino a che punto si deve al caso, per esempio, che certi volumi dei diari siano sopravvissuti e altri no? Che interi blocchi di corrispondenza siano scomparsi?” Sono interrogativi che tormentano tutti i bravi biografi, che non possono evitare di domandarsi se la storia che stanno raccontando non sia in verità solo uno dei tanti, infiniti punti di vista possibili di una realtà che appartiene a un tempo diverso dal loro. Ma insomma che cos’è la realtà? È un piano di esistenza indipendente dalla nostra percezione cognitiva o è il risultato del nostro esercizio razionale? Mark si domanda: “È mai possibile guardare una qualsiasi cosa, […] senza che le proprie nozioni interferiscano con quel che si osserva?” 
Oltre a stimolare la riflessione filosofica, According to Mark (il titolo originale è più adatto di quello italiano all’interpretazione che ho voluto dare qui di questo romanzo) è un libro pregno di atmosfere fortemente evocative, com’è tipico della scrittura di Penelope Lively. Ad esempio, l’episodio della visita allo studio di Thomas Hardy nel Dorset, descritto tre volte secondo i tre diversi punti di vista di Mark, di Diana e di Carrie, è così perfetto e conchiuso da poter essere un racconto a sé stante. L’esperienza che Carrie fa della lettura di Emma di Jane Austen è un superbo subplot, che obbedisce a regole narratologiche precise. Infine, le ultime pagine si caratterizzano per una certa evanescenza (“un accenno a passioni essicate come petali di rosa, un bisbiglio di ragazza, la luna…”), sospesa sullo spartito della splendida canzone degli anni Trenta Blue Moon, che consiglierei di riascoltare qui per lasciarsi un po’ trascinare via.... 


Sunday, 26 July 2015

Un souvenir del Bröhan-Museum, il museo
dell'art nouveau a Berlino 
Negli ultimi dieci giorni, dopo Il grande Gatsby di Fitzgerald – ritratto della disperazione della gioventù americana postbellica, incapace di vivere il presente – ho letto il doloroso romanzo di Simon Mawer La casa di vetro (tradotto in italiano da Massimo Ortelio per Neri Pozza). L’ambientazione cronologica iniziale è la stessa del libro di Fitzgerald, gli anni Venti – con la loro opulenza e la scintillante proiezione verso il futuro – ma con il procedere dei capitoli il romanzo affronta i mostri del Novecento, il precipitare dell’Europa nella nuova guerra, la dissoluzione della Cecoslovacchia, l’invasione dei nazisti e poi l’arrivo dell’Armata Rossa, fino a toccare il 1990, con la sua intuizione della caduta della cortina di ferro. 
Il principio che tiene insieme il racconto – la costruzione e le sorti di una “casa di vetro” – è di per sé un ossimoro: può infatti una casa, luogo deputato al rifugio e alla dedizione all’individualità, essere una vetrina offerta allo sguardo pubblico? Il giorno dell’inaugurazione, il padrone di casa, Viktor Landauer, dichiara orgoglioso che la volontà di vivere in un soggiorno che è una scatola di vetro dimostra la trasparenza e l’onesta dei suoi abitanti; ma lo sviluppo della storia dirà di inganni, di tradimenti, di fughe, di feroci compromessi con la Storia. La prima parte del romanzo, quella dedicata al progetto e alla costruzione della casa, è straordinaria; è quasi una ekphrasis architettonica, che celebra le qualità della materia con l’ambizione della rappresentazione della luce e dello spazio come concetto filosofico. Rainer von Abt, l’autore del disegno, dichiara: «“L’acciaio avrà la trasparenza dell’acqua. La luce sarà solida come le pareti e le pareti limpide come l’aria. Creerò una casa diversa da qualunque altra, spazi capaci di mutare funzione […] una casa che si fonde con il giardino, un luogo naturale e artificiale nello stesso tempo”». Al loro primo ingresso, «Liesel e Viktor rimasero a bocca aperta davanti a quel trionfo di lucentezza: la luce rimbalzava dai pilastri cromati, splendeva sulle pareti, scintillava sulla rugiada del giardino, riverberava dai vetri […] rendeva il pavimento di linoleum color avorio quasi traslucido, come se fosse ricoperto da un velo d’acqua». Luce, aria, acqua: la casa dei Landauer è un Raum (spazio), intessuto di una insostenibilità solo apparente, perché l’edificio è sorretto da pilastri d’acciaio e da una parete d’onice che convoglia la luminosità dell’esterno fino a creare una sorta di incantesimo, una visione di fuoco. La “villa Landauer” del romanzo è ispirata a una casa veramente costruita alla fine degli anni Venti nei pressi di Brno, in Repubblica Ceca. Villa Tugendhat, patrimonio dell’umanità dal 2003, è il simbolo di un’epoca vestale del progresso, ma soprattutto di una speranza impossibile: quella della condivisione definitiva e della convivenza pacifica dell’uomo con gli altri uomini, dentro la natura.

Villa Tugendhat. Esterno ed interno del soggiorno, con le vetrate e la parete in onice.
(Immagini tratte da Wikipedia  e da czechtourism.com)


Friday, 17 July 2015

In queste ultime settimane, a dispetto delle mie abitudini, mi sono ritrovata a leggere più libri contemporaneamente. Una puntatina nel mondo di Agatha Christie, che d’estate non può mai mancare (come ho raccontato, ormai tre anni fa, qui e qui), la sceneggiatura della prima stagione di Downton Abbey (di Julian Fellowes, ed. it. Neri Pozza) l’inizio del saggio di Carlo Rovelli Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), e poi Un giorno di gloria per Miss Pettigrew e Un anno in Provenza
Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson (tradotto per Neri Pozza da Isabella Zani) fu un bestseller nel 1938, anno della sua pubblicazione: è la storia di una donna non più giovane, bruttina e in bolletta, che per una fortunata coincidenza si ritrova a condividere un’intera giornata con una cantante/attrice, nel suo mondo scintillante fatto di makeup, splendidi abiti, innamorati aitanti e nightclub. I capitoli sono scanditi dal trascorrere delle ore e dei minuti, e mentre l’orologio cammina Miss Pettigrew si libera lentamente del guscio impostole da un perbenismo fittizio – ancora “vittoriano”, nel senso negativo del termine – e si lascia andare alle gioie di una nuova vita e di una nuova società. Una perfetta commedia “all’inglese”, fatta di pochi sussulti ma di tante, tantissime scenette che strappano più di un sorriso. 
I capitoli di Un anno in Provenza di Peter Mayle (trad. it. di E. Castellani per EDT) sono invece intitolati ai dodici mesi dell’anno. L’esperienza dello scrittore inglese e di sua moglie, trasferitisi in questa particolare regione della Francia meridionale, è raccontata con grande umorismo, e soprattutto con profonda attenzione ai ritmi naturali che governano la vita in campagna. La casa scelta per il loro esilio è un mas, cioè una fattoria, fiancheggiata da ciliegi e da vigne, costruita con i muri spessi che proteggono l’interno dal Mistral e completa di fontane, cipressi, cespugli di rosmarino, ciuffi di lavanda, un mandorlo e una piscina; i suoni che la circondano sono il fischio del vento, il gracidare della rana, il frinire delle cigales e il «canto lungo e perlato di un usignolo». 
Il cibo è il fil rouge che scorre attraverso le pagine di questo libro: l’autore non teme di dilungarsi sulla descrizione di tavolate ingombre di verdure lussureggianti, pesci fragranti e formaggi sfiziosi – come da buona tradizione francese. Le incursioni ai mercati dei villaggi di Provenza non possono dunque mancare di descrivere l’abbondanza di cibi sparsi ovunque: «Ad una estremità del mercato […] una donna vendeva uova fresche e conigli vivi, mentre dietro a lei si vedevano banchi pieni di verdura, piccoli mazzi di basilico profumato, vasetti di miele di lavanda, bottiglie verdi della prima spremitura dell’olio, vassoi di pesche […]. Attraversammo la strada per acquistare un paio d’etti di pane, quel gros pain che offre una mollica così gustosa per l’olio o il condimento rimasto nel piatto. La panetteria era affollata e rumorosa, d’intorno si effondeva il profumo della pasta lievitata e delle mandorle usate quella mattina per i dolci.» Ma il mercato significa anche chincaglieria datata, eppure investita di quella strana aura di fascino che avvolge spesso gli oggetti vecchi, usati e persino non più integri: «Cartoline color seppia stinto vecchie camicie di tela vicino a mazzi di vecchie posate; […] spille art déco e vassoi da bar; libri ingialliti di poesie e l’immancabile sedia Louis XIV, perfetta, salvo l’assenza di una gamba.» 
Fiori al mercato di Prenzlauer Berg.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Questo brano mi è tornato in mente passeggiando in uno dei mercati più belli di Berlino, quello del sabato nel quartiere di Prenzlauer Berg. Anche qui si trovano banchi di verdura che, sebbene per poche settimane all’anno, sembrano le teche di una gioielleria: frutti di bosco dai colori roventi, carciofi sbocciati come fiori, vasi opulenti di erbe aromatiche, infine tavolozze di spezie, pagnotte profumate e pesanti di mollica. E poi gli oggetti di artigianato, e i robivecchi, la bigiotteria vintage, il materiale di recupero, le gonne colorate fatte a mano, la signora che vende i cappelli, quella che cuce coprisella di stoffa per la bicicletta e quella più anziana di tutte, seduta su una sedia di fronte a un minuscolo tavolo ingombro di prodotti alla lavanda: lei è sempre vestita di violetto e di lillà, e dopo esserle passati accanto il profumo dei fiori sembra non volerci lasciare. E a proposito di fiori ecco il banco più bello di tutti, che ogni settimana sembra una nuova opera d’arte, offrendo ai berlinesi – non sono tanti i turisti che passano da qui… – magnifiche composizioni di rose inglesi e girasoli, gladioli, gigli, calle, felci, iris, ortensie, girasoli, lillà, mughetti e tutto ciò che i giardini possono regalare quando sollecitati dal rintocco di una nuova stagione.

Thursday, 25 June 2015

In queste settimane sono tornata a dedicarmi all’amatissima Edith Wharton. Newyorchese, di famiglia aristocratica (Newbold-Jones era il suo cognome da ragazza), Edith sposò Teddy Wharton senza sapere della sua malattia psichica, conobbe il grande mondo degli espatriati americani in Europa (il suo migliore amico fu Henry James), ebbe un amante a Parigi e scrisse racconti e romanzi che vantano uno stile di scrittura dalla bellezza difficile da eguagliare. 
Se L’età dell’innocenza, Premio Pulitzer nel 1921, è uno dei maggiori capolavori della letteratura, The House of Mirth del 1905, che sto leggendo in questi giorni nell’edizione Neri Pozza (La casa della gioia, trad. it. di Gaja Cenciarelli), anticipa il racconto di tutti i tormenti dell’affermazione dell’identità femminile nella contrastata e chiaroscurale società americana dell’inizio del ventesimo secolo. I dolori di Lily Bart sono quelli di Madame Olenska, e di tutte le loro contemporanee che tentarono, a prezzo di umiliazioni e paura, di non sottostare al giogo comportamentale imposto alle donne da un radicato e inamovibile patriarcalismo. 
Anche i due racconti inclusi in The Reckoning, volumetto edito da Penguin nella collana “Little Black Classics” (magnifica collezione, andata a ruba nella libreria inglese Dussmann qui a Berlino), descrivono la sofferenza della solitudine e dell’abbandono. Protagonista di The Reckoning è una donna divorziata che ora subisce la richiesta di separazione da parte del suo secondo marito, innamorato di una ragazza più giovane; eroina di Mrs Manstey’s View è invece una vedova la cui unica gioia nella vita è data dalla vista di un giardino oltre la finestra. La magnificenza di quel giardino esce dalle pagine in un trionfo di colori e di odori: la possanza della magnolia, con i suoi fiori di «alabastro» che si stagliano contro il «cielo azzurro acqua d’aprile»; le «onde del glicine»; «il respiro del lillà»; l’altissimo ailanto; i giacinti sul punto di sbocciare. 
Edith Wharton era innamorata dei giardini (come ben ci racconta Adele Cavalli in un capitoletto del suo ebook Scrittrici in giardino), e nella grande casa che si fece costruire nel Massachusetts, The Mount, gli spazi verdi e fioriti assumono un’importanza straordinaria. 
Foto di Mara Barbuni, 2015
Qualche mese fa, a Parigi, ho ripercorso le passeggiate di Edith e del suo amante Morton Fullerton lungo i giardini delle Tuileries e del Luxembourg; ho scoperto dove soggiornava in Place de la Concorde e la pasticceria Ladurée in Rue Bonaparte, di cui la scrittrice adorava i celebri macarons. 
Ma soprattutto ho scovato la sua casa al numero 53 di Rue de Varenne – oggi edificio governativo –, su cui spicca la targa che recita: «In questo edificio è vissuta, dal 1910 al 1920, Edith Wharton, romanziera americana (1862-1837). Fu la prima scrittrice degli Stati Uniti a espatriare in Francia, per l’amore per questo paese e la sua letteratura. “Gli anni della mia vita a Parigi furono trascorsi interamente in Rue de Varenne – anni ricchi, pieni, anni felici”».


Altri post su Edith Wharton: